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La sindrome maligna da neurolettici, descritta fin dal 1960, insorge dopo pochi giorni di assunzione di neurolettici (ma qualche volta è stata osservata anche dopo mesi di assunzione) in maniera rapida e raggiunge lacme in poche ore; la sua durata varia da 5 a 10 giorni (anche in rapporto allemivita del neurolettico in causa) ed in alcuni casi può portare anche a morte. Si calcola che abbia unincidenza intorno allo 0,5%; è più frequente nei maschi giovani, nei non schizofrenici, nei soggetti con danno organico cerebrale, alcolismo o tossicodipendenza, in presenza di condizioni generali scadute; la contemporanea assunzione di sali di litio sembra essere un elemento favorente. È caratterizzata da marcata rigidità muscolare, iperpiressia, alterazione dello stato di coscienza (che può andare da uno stato di ipervigilanza attonita allo stupore ed al coma), tachicardia, labilità della PA, incontinenza urinaria, scialorrea, disfagia, dispnea, discinesie. Meno frequenti sono lopistotono, il trisma, le convulsioni e la positività del segno di Babinski. Gli esami ematochimici evidenziano soprattutto elevati livelli serici delle creatin-fosfochinasi (CPK), leucocitosi, alterata funzionalità epatica, talora rabdomiolisi, mioglobinuria ed alterazioni elettrolitiche. Il meccanismo patogenetico non è noto; è stato ipotizzata una patogenesi comune con liperpiressia maligna da succinilcolina o da anestetici (eccessiva liberazione di calcio nel reticolo sarcoplasmatico della fibra muscolare che provocherebbe una contrazione muscolare prolungata). Nelliperpiressia da neurolettici sembrerebbe coinvolto il meccanismo neurotrasmettitoriale cerebrale, dato che la gravità del quadro clinico è correlata allentità delleffetto antidopaminergico del neurolettico. La terapia consiste nellimmediata sospensione del neurolettico, nellattento monitoraggio delle funzioni vitali (cardiovascolari, respiratorie, renali), nella riduzione della temperatura corporea (antipiretici, mezzi ambientali), nel mantenimento di un buon equilibrio idro-elettrolitico, nella stabilizzazione della PA. Si dovrà evitare il rischio di complicanze, in particolare quelle infettive e la polmonite "ab ingestis". Il trattamento farmacologico prevede la somministrazione del dantrolene (Dantrium®) che inibisce il rilascio del calcio nel reticolo sarcoplasmatico e riduce rapidamente lipertermia e la rigidità muscolare; la dose consigliata è di 400 mg/die. Poiché nella somministrazione protratta il farmaco è epatotossico, si dovrà controllare attentamente la funzionalità epatica. Sono stati usati con successo, soprattutto nelle forme in cui prevale la rigidità muscolare, i dopaminoagonisti come lamantadina (Mantadan®), alla dose 200-300 mg/die e la bromocriptina (Parlodel®), alla dose di 5 mg ogni 4 ore. Vantaggiosa può essere lassociazione del dantrolene con i dopaminoagonisti. |
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